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Etica, Magistratura e intelligenza artificiale: quale il ruolo del potere giudiziario al tempo dell’algoritmo?

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Carlo Calvieri

 

In Italia il campionato di Serie B è stato a lungo condizionato dalle decisioni del giudice sportivo e del giudice amministrativo. Sempre in Italia è il Giudice amministrativo a dover decidere su dove, quanto e come possono essere collocate a Roma le bancarelle di libri. Da tempo, accanto ai sistemi elettorali previsti per legge si parla di altrettanti modelli elettorali che traggono le loro regole dalle decisioni della Corte costituzionale si pensi al “Consultellum” tratto dalla Sent. n. 1/2014 o l’”Italicum” della Sent. n. 35/2017 sull’Italicum.

Nel Texas, la Apple è stata chiamata in giudizio perché un automobilista, usando Face Time, una App di videochiamata, mentre era alla guida ha urtato violentemente un’altra auto provocando la morte di una bambina.

Ancora in Italia all’esito dell’approvazione della legge sulle unioni civili è la magistratura che definisce le regole della stepchild adoption e in assenza di una legge sul testamento biologico si finisce con il rinviare alla magistratura anche tematiche così decisive come quelle sulla vita e la morte.

Il caso del sequestro della centrale termoelettrica di Novi Ligure disposto dalla magistratura (così come nel caso del sequestro di altri impianti le cui emissioni producevano grave danno all’ambiente), ha avuto (…) conseguenze estremamente rilevanti sul piano economico, ma in altra Regione impianti identici possono continuare a lavorare, addirittura con gli stessi livelli di inquinamento, accertati dalle Autorità sanitarie e ambientali, di quelli interdetti in Liguria.

 

1. Tutti questi esempi hanno in comune l’elemento dell’aumento dell’influenza della magistratura in ogni settore in cui sia coinvolta l’umanità, nel campo dei rapporti sociali, politici, economici, antropologici e il rischio è quello di un potere che tende a travalicare i confini delineati dai principi costituzionali e dalle forme di Stato democratico pluraliste.

È evidente insomma l’espansione esponenziale che nelle moderne democrazie pluraliste assume il potere giudiziario, al punto che non mancano opinioni che parlano di vero e proprio “totalitarismo giudiziario”.

Ma se fosse veramente così, quali potrebbero essere le forme per controbilanciare tale potere sul piano costituzionale?

Sovvengono innanzitutto i principi etici connessi all’insieme dei doveri repubblicani delineati nella nostra Carta costituzionale che trovano un   loro rafforzamento in regole deontologiche sempre più dettagliate.

Si pensi in Italia alla moltiplicazione dei c.d. codici etici della magistratura rispetto alle indicazioni essenziali contenute nelle leggi sulle guarentigie (art. 18 R. D.lgs. 511/46), ed alle successive disposizioni sull’ordinamento giudiziario cui rinviano le stesse disposizioni costituzionali.

Ma dalla lettura dei relativi contenuti francamente non è facile ravvisare contenuti diversi o più significativi rispetto a quei doveri generali di dignità, decoro, terzietà ed indipendenza, che non mostrano di offrire alcun valido e significativo contributo ed anzi sembrano cadere nelle ovvietà e nella ripetizione di elementari regole di buon senso.

Insomma, il problema è che questo effluvio di disposizioni deontologiche, non contribuisce a far chiarezza rispetto alla stessa nozione connotata da una portata, altamente polisemica sottesa al termine “deontologia.

Il rischio è quindi quello di voler forzare la positivizzazione di regole che lo stesso Aristotele ascriveva per la sua alta natura, al c.d. “nomos agraphòs”, cioè al diritto non scritto per definizione e che appartiene al bagaglio personale e culturale, direttamente connesso alla funzione (pubblica) che nel nostro caso si assolve e si connette ai doveri costituzionali assunti con la stessa carica pubblica (art. 54 Cost.).

La proliferazione di tali codici etici di condotta, nel tentativo di offrire regole scritte, utili ad essere applicate dagli organi disciplinari, si mostra quindi come il tentativo spesso ricorrente di cedere alla tentazione di ricorrere all’etica per aggirare il diritto.

La tentazione potrebbe essere quella di rafforzare gli organi di tutela dell’autonoma e indipendenza e lo stesso ruolo del Consiglio di Disciplina, ma ciò non servirebbe a tracciare le coordinate più corrette, per delineare la vera cornice dinamica a cui ogni magistrato dovrebbe attenersi per offrire il vero profilo della propria responsabilità[1].

In disparte la difficoltà di muoversi nell’attuale proteiforme e talvolta contraddittorio contesto normativo, è evidente come il diritto non può essere cristallizzato ma si muove con la storia e l’evoluzione sociale. E’ un po' come nella fisica quantistica dove il presente non esiste, c’è solo il passato ed il futuro. In questo momento mentre state leggendo c’è un prima e un dopo ma il presente non si può isolare.

Moltissimi sono oggi i casi in cui il Giudice potrebbe essere tenuto a disapplicare la legge e/o a utilizzare l’interpretazione per discostarsi dal senso letterale della stessa. E non è necessario il richiamo a Gadamer ed alle radici della filosofia del linguaggio, per capire quanto oggi siamo lontani dall’idea di un Giudice alla Montesquieau come “bocca della legge”.

In realtà oggi, le parole della legge non sempre hanno valore precettivo, se non grazie all’interpretazione che il Giudice offre in sede di applicazione.

Dovremo chiederci innanzitutto se sia in qualche modo possibile incidere sulla soggettività delle decisioni, in chiave di una maggiore razionalità e uniformità del decisum.

Infatti, dietro al Giudice c’è pur sempre un uomo che non può essere divinizzato, resta un uomo con tutti i pregi e difetti ed eventuali debolezze, per cui occorre temperare per quanto possibile la soggettività della sua interpretazione. Ed è in questa direzione che si muovono le nuove tendenze della c.d. “Giustizia predittiva”.

Ma la soluzione va quindi ricercata come pare invocare qualcuno nelle nuove frontiere dell’Intelligenza artificiale applicata al diritto?

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2.   Nel 2013 un cittadino statunitense è stato condannato per ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale.

La condanna a cui è andato incontro è stata particolarmente severa in considerazione della recidiva reiterata e dei rischi sociali connessi. E sin qui non vi sarebbe alcun elemento di particolare novità, se non fosse che tale pena sia stata calcolata attraverso un algoritmo.

A nulla è valso il ricorso dell’imputato alla Corte Suprema del Wisconsin che ha ritenuto la piena legittimità dell’uso dell’algoritmo, finalizzato al calcolo della pena in caso di recidiva; calcolo basato sulle risposte dell’imputato e sulla valutazione delle circostanze emergenti dal fascicolo d’ufficio.

Ancor più di recente in Francia, è stata lanciata una piattaforma che tende a prefigurare preventivamente l’esito giudiziale tramite il calcolo delle probabilità in ordine alla definizione di una causa; l’ammontare dei risarcimenti ottenuti in contenziosi consimili ed in grado di selezionare gli argomenti su cui vale la pena soffermarsi ai fini di un possibile accoglimento o rigetto della domanda.

Google ha elaborato un algoritmo, il Syntax Net, liberalizzato in USA sul finire del 2016, che sulla base delle informazioni inserite dall’utente, passa in rassegna milioni di documenti, leggi e sentenze.

Dal settembre 2019 in Estonia è stata attivata per le controversie sino a € 7.000 la giustizia robotica. L’avvocato, caricando su di una piattaforma la propria domanda corredata dalla necessaria documentazione potrà, dopo che la controparte abbia proceduto ad analogo caricamento della sua comparsa e dei relativi documenti, veder decisa la causa con immediatezza effettuando un semplice “login”.  

Di giustizia robotica se ne era discusso all’Istituto “Treccani” nel corso della presentazione di un libro dell’Avvocato matematico Luigi Violaun robot salverà la giustizia?” il 18 ottobre 2018.

L’Interpretazione della legge secondo modelli matematici evita il soggettivismo nell’interpretazione: si tira in ballo l’art. 65 dell’Ordinamento giudiziario che attribuisce alla Cassazione l’esatta osservazione e uniforme interpretazione della legge, a garanzia dell’unità del diritto oggettivo nazionale.

Il giudicante non può discostarsi dalla legge perché vi è assoggettato ex art. 101 Cost. e perché violerebbe la legge sull’interpretazione (art. 12 preleggi).

Su tutto si ergerebbe l’art. 3 della Costituzione a tutela dell’eguaglianza, cioè il trattare in modo eguale situazioni eguali che significherebbe: assicurare il medesimo risultato (parità di trattamento a parità di variabili secondo la logica matematica) ignorando però come il giudizio sull’eguaglianza comporti molto spesso un bilanciamento valoriale e giudizi di ragionevolezza.

All’idea del diritto ritenuto certo nella sua formulazione linguistica e nei suoi canoni interpretativi; ne segue che l’esito di una sentenza potrà essere prevedibile e consente di giungere alla prevedibilità delle decisioni.

Giustizia predittiva, quindi, secondo l’aspettativa di una maggiore certezza del diritto.

La stessa riforma dell’art. 348 c.p.c. militerebbe in questa direzione, prevedendo l’inammissibilità dell’impugnazione che non abbia una “ragionevole possibilità” di essere accolta.

Lo stesso art. 56 c.p.  sul reato tentato: atti idonei e diretti in modo non equivoco a cagionare l’evento, presuppone il discernimento dell’elemento qualificante il delitto tentato che porta l’interprete a dover predire quale sarebbe stato il risultato dell’azione.

Ma è da un algoritmo che si può temperare la soggettività della decisione in chiave di recupero di una maggior oggettività e intrinseca razionalità della decisione?

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3.   Il vero bilanciamento alla soggettività si ottiene invece a mio avviso attraverso il dia-logo con gli altri Giudici (Domenique Rousseau).

Ed è così che attraverso tale fondamentale approccio metodologico dia-logico, che si può tentare una riconquista del momento “razionale”.

Il dialogo è il vero elemento che connota, in un tempo, collaborazione e rispetto reciproci, offrendo una direttrice di concordia e pace interpersonale e sociale.

Dia-logos, come ragione, significato, parola che sta in mezzo, svolta linguistica che supera l’individualistico “cogito ergo sum” cartesiano sulla centralità del proprio essere, e si apre alla logica del linguaggio, al metodo di incontro e di interpretazione ermeneutica tesa alla fusione tra i diversi orizzonti di conoscenza, mediando tra ogni possibile “conflitto fra saperi”.

Modello e metodo questo certamente a mio avviso del tutto opposto all’idea di supplire al soggettivismo giudiziario attraverso il calcolo matematico.

Il diritto non è né si presta ad essere una scienza “dura” è umanistica, fonda i propri fondamenti sulla valutazione dei comportamenti umani, che per loro natura sono difficilmente sovrapponibili. Le teorie sulla kiralità dimostrano infatti che soprapponendo le nostre due mani, ad una prima superficiale impressione ci sembreranno uguali, ma osservate attentamente presentano infinite differenze.

Ed a un tale risultato non si perviene attraverso il confronto di comportamenti simili solo all’apparenza!

Alla responsabilità di un magistrato, che aumenta in forma esponenziale quanto più si allarga il suo raggio di influenza, non si risponde quindi in termini di riduzione della sua indipendenza, ma attraverso ulteriori bilanciamenti.

Se di rimedi si vuole parlare questi dovrebbero rafforzare il circuito democratico favorendo la partecipazione popolare all’amministrazione ed organizzazione della giustizia, attraverso la presenza di esperti esterni ai Consigli giudiziari.

Inoltre, per le decisioni più rilevanti sarebbe auspicabile un rafforzamento della collegialità da intendere come garanzia di razionalità, a fronte delle attuali controtendenze tutte orientate alla valorizzazione del modello monocratico in quasi tutte le decisioni, che finiscono con l’aumentare il solipsismo del giudice ed il suo individualismo anche se supportato e sussidiato dall’intelligenza artificiale dell’algoritmo.

Infine, obbligo di adeguata motivazione, oggi invece sempre più relegata a modelli semplificati e standardizzati, in coerenza con non condivisibili applicazioni di principi di efficienza e rapidità delle decisioni, quando invece è grazie alla motivazione che si trae la vera e principale garanzia ultima di razionalità procedurale della decisione.

Motivazione che deve essere fondata sulla qualità dell’argomentazione e non sulla quantità dei casi e della forza aritmetica dell’algoritmo.

Questo avrà il pregio di raccogliere una vastissima platea di dati ma questi guarderanno sempre al passato, mentre è solo il giudice “uomo” a far progredire il diritto, cogliendo quei mutamenti sociali in grado di proiettare le sorti umane verso il futuro e l’innovazione e senza dimenticare la cornice in cui questo “progresso” deve essere inserito: quella dei valori fondanti dell’ordinamento costituzionale democratico.

 

[1] Per capire l’importanza della responsabilità del Giudice, si può richiamare il romanzo di Robert Van Gulik “I delitti del chiodo cinese”, ove si narrano le vicende del giudice Dee all’epoca della Cina imperiale, che per dimostrare la responsabilità di una donna per l’uccisione del marito intende far riesumare la salma. La posta in gioco, se la prova dovesse essere raggiunta, sarebbe la pena di morte per la moglie imputata dell’omicidio. Tuttavia, la stessa imputata si oppone alla riesumazione ricordando al giudice che tale iniziativa è sottoposta al principio di responsabilità che, all’epoca, in Cina, avrebbe visto, in caso di inutile esperimento probatorio, sanzionare il Magistrato sottoponendolo alla stessa pena per la vittima dell’errore giudiziario. Ma nonostante ciò, il giudice Dee chiarirà di ben conoscere questa regola e di assumersi tutta la responsabilità connessa alla sua decisione!.