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Brevi note sui riflessi del Covid-19 nelle “professioni” del calcio

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In questi giorni registriamo il protrarsi delle misure di contenimento e le forti restrizioni personali imposte per fronteggiare l’emergenza connessa all’epidemia in corso. Il mondo del calcio non è esente dal fenomeno e, tanto a livello nazionale che internazionale, si sta trasformando in terreno di frenetico dibattito in merito al destino che spetterà alle varie competizioni, nell’amletico dubbio tra soluzioni conservative (sospensioni precauzionali, chiusure anticipate della stagione sportiva) e la speranza di una ripresa nelle prossime settimane. Questa breve nota, lontana da voler essere  esaustiva, intende accendere un faro in tale confuso contesto, tentando di offrire possibili soluzioni  circa l’impatto del virus nell’ambito del rapporto di lavoro sportivo, con particolare riferimento a quello del calcio.

 

E’ di questi giorni la ferma decisione adottata dalle Leghe professionistiche italiane ed in particolare della unanime posizione assunta dalla Lega Nazionale Professionisti di B i cui rappresentanti, a fronte del periodo d’inattività del calciatore, non intendono corrispondere loro alcun emolumento. Inevitabile la reazione dell’AIC, capitanata da Damiano Tommasi che ha giudicato “irricevibile e vergognosa” l’iniziativa. A tale contrasto, peraltro, deve soggiungersi la posizione della FIFA che, in qualità di supremo consesso internazionale, è chiamata al delicato compito di valutare se la pandemia in corso possa rientrare o meno nel concetto di giusta causa funzionale a giustificare la risoluzione dei contratti in essere tra società professionistiche e i propri tesserati; calciatori in primis.

Anche qualora la FIFA arrivasse a prendere una posizione in merito (cosa che non può darsi per scontata), la decisione sarà tutt’altro che semplice poiché uno dei principî cardine dei regolamenti internazionali del calcio è proprio quello della stabilità, del mantenimento e della conservazione dei contratti dei calciatori professionisti. Non a caso la FIFA, nel suo regolamento, impone alle singole Federazioni di includere nei rispettivi regolamenti federali strumenti atti a proteggere la stabilità contrattuale, nel rispetto della legislazione nazionale e dei contratti collettivi nazionali.

Ora, in questo ampio panorama che spazia dal territorio nazionale a quello globale, per provare ad azzardare qualche possibile soluzione non può omettersi un accenno sull’assetto ordinamentale interno del lavoro sportivo professionistico e i principali istituti che lo costellano.

Sorvolando sulla (pur fondamentale) vexata quaestio della natura (subordinata sui generis) del rapporto di lavoro sportivo, la disamina si concentrerà sulla legislazione nazionale, i.e. la Legge n.91 del 1981.

L’art. 3 della citata normativa dispone: <<la prestazione a titolo oneroso dell’atleta costituisce oggetto di contratto di lavoro subordinato, regolato dalle norme contenute nella presente legge>>. Altrettanto importante segnalare l’art. 4 il quale, oltre a derogare in più parti alle regole comuni sul contratto di lavoro subordinato, impone due fondamentali condizioni per la sua efficacia: i) la forma scritta ad substantiam ; ii) l’approvazione in sede di controllo ad opera della federazione, intesa come condicio iuris. Infine, il medesimo art. 4 prescrive che eventuali clausole peggiorative sono sostituite di diritto da quelle del contratto tipo recepito nell’Accordo Collettivo, secondo il meccanismo dell’art. 2077 c.c.

La regola, in buona sostanza, è quella del contratto a tempo determinato, ancorché con l’esplicita specificazione del divieto di apporre una durata superiore a cinque anni dalla data di inizio del rapporto. Ma cosa accade allora quando si manifestano ed insorgono fattori esterni imprevisti ed imprevedibili che incidono o alterano il sinallagma contrattuale?

Posto che, il D.L. n. 18 del 2020, all’art. 46, per un periodo di 60 giorni dalla sua emissione, impedisce al datore di lavoro, indipendentemente dal numero dei dipendenti, il recesso dal contratto per giustificato motivo oggettivo ai sensi dell’articolo 3, della legge 15 luglio 1966, n. 604, non resterebbe che avallare la tesi, da molti sostenuta, che intravede il fondamento della riduzione degli ingaggi nell’istituto dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione per factum principis. Ma anche tale tesi presta il fianco a censure connesse alla differente ricaduta della sospensione degli emolumenti su figure quali i c.d. top player rispetto a coloro ai quali viene riconosciuto il trattamento minimo federale, con particolare riferimento ad atleti ed altre figure professionali (allenatori, preparatori atletici, direttori tecnici) tesserati nelle serie inferiori.

Pertanto, la soluzione parrebbe riposare su un intervento normativo urgente e generalizzato capace di intercettare le necessità di tali fasce reddituali “più deboli”, riservando la libera trattativa circa eventuali riduzioni o sospensioni degli ingaggi ai soli club della massima serie.

In tale contesto, in Italia, le leghe ed a seguire le società di rispettiva appartenenza, si sono mosse in ordine sparso. Infatti, mentre per la Serie A, avvantaggiata dagli alti ingaggi riconosciuti ai propri tesserati, è stato più facile rompere le trattative sindacali e procedere a singoli accordi aventi ad oggetto tagli percentuali degli stipendi, in serie B e ancor meno in Lega Pro, si tarda ad arrivare a soluzioni ragionevoli e condivise. Tuttavia, non sono mancate istanze di importanti società (ad es. l’A.S. Roma) che, richiedendo l’applicazione delle procedure di ammortizzazione sociale stabiliti all’art. 22 del decreto “Cura Italia” si sono mosse in difesa di quei comparti più deboli, come i settori giovanili o le realtà femminili (in seno alle quali, si sottolinea, è ad oggi ancora escluso il riconoscimento della qualifica di professionista sportiva).

Ora, sulla medesima scia, pare muoversi anche la Lega Pro che, richiamato il medesimo principio normativo, sta portando avanti tavoli di confronto istituzionali con le regioni e gli enti previdenziali, soprattutto al fine di tutelare un’ampia fascia di tesserati al di sotto della soglia reddituale di € 50.000,00 lordi.

Dunque, stretto nella morsa dei tagli agli stipendi e ipotesi di ricorso alla cassa integrazione in deroga, anche il mondo del pallone è oggi chiamato a confrontarsi con realtà impensabili e sconosciute ed a fare scelte innovative che, ad avviso di chi scrive, non possono che passare da una nuova pianificazione finanziaria delle risorse.

Tale soluzione appare giustificata dalla sostanziale debolezza assistenziale in capo a queste figure di lavoratori, la cui normativa in materia nulla dispone sul versante delle tutele funzionali a far fronte alle esigenze di bisogno che possono sorgere in periodi emergenziali quali quello attuale.

Se è vero che la figura dello sportivo professionista, seppure sui generis, risponde alle logiche e agli istituti di tutela propri dei lavoratori subordinati, è legittimo chiedersi se abbia senso ricorrere al sistema di assistenza tipico del lavoro subordinato lato sensu inteso.

Al riguardo, non appaiono sufficienti né appropriati gli strumenti della normativa in materia di lavoro sportivo, che nulla prevede, sotto il profilo assistenziale, per casi emergenziali, limitandosi ai pochi richiami (ma solo in ambito previdenziale) dell’art. 2 co. 22 e 23, lett. a), della L. n. 335/1995, con cui sono state dettate le norme di regime pensionistico al Fondo per sportivi professionisti istituito presso l’ex ENPALM (Ora INPS).

Tutto ciò, tuttavia, appare in pieno contrasto con il principio di cui all’art. 38, comma 2, della Costituzione, che stabilisce il diritto all’assicurazione di mezzi adeguati alle esigenze di vita dei lavoratori in tutte le ipotesi di disoccupazione involontaria, nelle quali, si ritiene, dovrebbero essere ricondotte anche situazioni contingenziali quale quella connessa all’epidemia da Covid-19.

In tal senso, pro futuro, un’ipotesi funzionale potrebbe essere quella di prevedere contrattualmente una polizza contro il rischio da calamità naturali, catastrofi o gravi eventi morbosi il cui premio potrà essere pagato secondo percentuali prestabilite dalla società e da ogni singolo tesserato in proporzione al singolo ingaggio. In relazione a ciò, potrebbe peraltro prevedersi anche un bando di gara originario curato dalla FIGC ovvero dalle Leghe per la scelta del broker più adeguato allo scopo.

Quale soluzione alternativa, potrebbe altresì considerarsi l’affiancamento alla polizza infortuni di un PAC (piano di accumulo capitale) che possa ricomprendere tanto il pilastro pensionistico quanto quello assistenziale in caso di bisogno.

In conclusione, appare evidente la necessità di pensare a nuovi modelli nonché a innovativi strumenti finanziari che possano proteggere società e atleti dagli effetti nefasti di questa e di future, analoghe situazioni emergenziali.