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Il Principio lavoristico nella Costituzione: idea forte o valore retorico?

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Carlo Calvieri

 

 

La nostra Costituzione si apre enunciando che: ‹‹L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…››.
Un tale incipit, oltre ad essere il manifesto della nuova forma di Stato democratica e pluralista, che avrebbe delineato, da lì in poi, le nuove dinamiche fra governanti e governati, sottolinea e qualifica un nuovo tipo di democrazia né socialista né liberale, ma “fondata sul lavoro”.

Da qui l’interrogativo del titolo: quale significato attribuire a tale formula così come consacrata in Costituzione, idea forte o mero valore retorico?

Per farci un’idea dobbiamo mettere in risalto sia la portata negativa e polemica di un tale inciso verso quel diverso tipo di ordine sociale fondato sull’ereditarietà o sul possesso di beni economici, sia la portata positiva, volta a considerare il lavoro, in collegamento con il successivo art. 4 della Costituzione, un vero e proprio mezzo di sviluppo della personalità e strumento di progresso materiale e spirituale della società.

Sotto questo diverso angolo prospettico il lavoro realizza la sintesi tra il principio personalistico, che implica la pretesa all’esercizio di un’attività lavorativa per soddisfare un proprio interesse individuale, e quello solidarista che ne connota il suo carattere “doveroso” e aperto al bene della comunità.
In questa ottica il lavoro si connette ai due fondamentali pilastri su cui poggia il nostro modello di democrazia pluralista, quello di libertà enunciato dall’art. 2 (volto a delineare i diritti inviolabili e i doveri inderogabili richiesti dalla Repubblica) e quello di eguaglianza dell’art. 3 che garantisce a tutti i cittadini pari dignità sociale.

Il lavoro diviene così il centro motore della mobilità sociale e della circolazione delle aristocrazie, fondato sulla selezione delle capacità secondo criteri non ostacolati da condizioni di inferiorità economica.
La premessa di una “pari dignità sociale”, insomma, si è via via trasfusa nel costume creando le premesse per un’uniformità di considerazione dell’uomo in quanto tale, indipendentemente dall’attività prestata nella società.
Da qui anche l’ampio ventaglio di diritti e tutele apprestate alla formazione e al lavoro dalle istituzioni dello stato sociale.

Tutte queste sono le ricadute senz’altro positive che l’assunzione del principio lavorista alla base del nostro modello democratico, ha certamente consentito di realizzare e sviluppare.
Nondimeno oggi non possiamo fare a meno di notare quanto sia sempre più difficile offrirne nuova linfa e sviluppo.
Al punto che anche quel fondamentalissimo diritto/dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e le proprie scelte, un’attività o una funzione in grado di concorrere al progresso materiale o spirituale della società (art.4 2°co.) è messa pesantemente in discussione.

Che cosa è accaduto?

Il principio lavorista ha perso il suo connotato originario di “idea forza” dell’intero impianto democratico della nostra forma di Stato riducendosi ad un insieme di disposizioni di mero valore retorico?
Se è indubbia l’influenza negativa che la globalizzazione ha determinato sul mondo del lavoro con ricadute inevitabili circa la crescita delle tutele che pure assumono valore di diritti fondamentali, questa ha anche favorito le sue trasformazioni, fornendo parallele nuove occasioni di lavoro, ma aumentando l’enfasi sulla concorrenza dei mercati ha generato nuove forme di dumping sociale, mortificando il costo del lavoro e la posizione di molti salariati.

Tale profondo cambiamento va quindi disciplinato secondo linee guida che passano dalla tutela dei diritti fondamentali e dalla parallela inderogabilità della solidarietà, politica, economica e sociale, che la Repubblica ci chiede a garanzia dell’effettività degli stessi diritti.

È in questa correlazione, diritto fondamentale/dovere inderogabile, (riflesso del noto apostolato Mazziniano), che il lavoro assume decisiva importanza ai fini del consolidamento di un diffuso spirito civico, delle virtù in grado di alimentare la coscienza dei singoli, ispirando i relativi comportamenti al rispetto della solidarietà. E, letto in questi termini, il “lavoro” resta ancora il vero e proprio valore di fondo del nostro modello democratico.

Al contempo però il preoccupante aumento del tasso di disoccupazione e il forte divario occupazionale tra Nord e Sud del Paese fanno vacillare le certezze della Carta e ci inducono a dover riflettere sulla sua effettività.
E ciò anche in considerazione di ulteriori novità dovute, non solo e non tanto all’influenza delle politiche economiche e delle connesse condizionalità, quanto e forse soprattutto alla luce delle trasformazioni epocali dettate dall’automazione e dalle nuove “intelligenze artificiali”.
Si aprono frontiere del tutto nuove che sul piano dei loro riflessi sul mondo del lavoro, ci riportano ad antiche contrapposizioni.

Da una parte le visioni “liberali” che colgono, nell’automazione e nelle rivoluzionarie novità dell’intelligenza artificiale, nuovi fattori in grado di alleggerire le fatiche umane ed in grado di generare maggiore ricchezza complessiva, dall’altra l’opposta visione ”laburista” che percepisce in tali cambiamenti una realtà che, lungi dal migliorare le condizioni dei lavoratori, finirebbe per accrescere il divario fra datore di lavoro e lavoratori, riducendo gli spazi di operatività e generando più che nuove opportunità, più gravi e significative criticità.

In questo scenario di grande e rapido cambiamento, potrebbe essere facile la tentazione di vedere nel “principio lavorista” un concetto oramai eroso da una realtà che ne marginalizza il ruolo, valorizzandone le forme (sempre più precarie) e le tutele sempre meno effettive, riducendone quindi la portata a mero dettaglio costituzionale di sola valenza retorica.
Personalmente sono persuaso del fatto che le nuove tecnologie possono essere un bene se guidate razionalmente ed orientate ad una riqualificazione del lavoro, sulla base di nuovi metodi di formazione, più avanzati ma sempre rispettosi del primario valore della dignità.
Tutto ciò tuttavia sarà possibile se ed in quanto si pensi a forme di intervento di intensità e capacità proporzionali alla rapidità e magnitudine delle trasformazioni in atto.

Tuttavia, se prendiamo in considerazione le politiche degli ultimi anni, dovremo chiederci quanto sia opportuno finanziare la disoccupazione attraverso forme più o meno risarcitorie anziché l’occupazione, gravare il lavoro di prelievi superiori al 50%, penalizzando così anche le imprese labour – intensive, con maggiori addetti e minore redditività e perché le politiche occupazionali tengano in scarsa considerazione tali profondi mutamenti connessi all’automazione ed all’informatizzazione.

Solo avendo ben presente la formidabile portata del principio lavoristico, si potrà dar vita a scelte in grado di non alterare il delicato equilibrio costituzionale, introducendo politiche attente alla crescita omogenea della società rispettose della dignità dell’intera comunità, ma con uno sforzo redistributivo e solidarista senza precedenti.